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Creare coesione nel gruppo: attività di team building efficaci durante l’allenamento

📅 21 Agosto 2026✍️ di Gabriele Bernaschi⏱️ 7 min di lettura

Martedì sera, lampioni accesi sul sintetico di un centro sportivo di provincia. Il vento porta l’odore dell’erba bagnata e il rumore sordo dei tacchetti. Il mister ferma tutto, posa i cinesini a quadrato e chiama due giocatori al centro: uno a occhi chiusi, l’altro guida con la voce. “Devi fidarti”, dice piano, quasi a non rompere l’equilibrio del momento. In quell’istante, prima ancora della palla, si allena qualcos’altro: l’idea che il compagno è un prolungamento di te, non un ostacolo da scavalcare. È qui che inizia la coesione, tra una risata trattenuta e un passaggio azzeccato a occhi bendati.

Ho visto quella scena più volte, da preparatore atletico nelle giovanili. E ogni volta mi sorprende come un semplice esercizio, infilato tra un possesso palla e una ripetuta, possa raddrizzare il clima di una settimana. Raccolgo storie in questi campi di provincia, dove i ragazzi non rincorrono contratti ma domeniche libere e una maglia da titolare. Qui il team building non è un lusso, è una necessità che passa dalle mani callose degli allenatori e dalla pazienza di famiglie che aspettano in macchina, con il riscaldamento acceso.

Dalla fatica alla fiducia: esercizi cooperativi in campo

La giornata tipo racconta che non c’è tempo per nulla, eppure i minuti decisivi sono quelli rubati alla routine. Prendiamo il rondo: basta una regola diversa per trasformarlo da gesto tecnico a patto di squadra. Se il recupero avviene dopo cinque passaggi consecutivi, il punto non è più il tunnel riuscito, ma l’ascolto reciproco. I più tecnici imparano a rallentare, i timidi trovano spazio per una chiamata in più. Così l’allenamento abbatte le gerarchie invisibili.

Un altro frammento da bordo campo: triangolazioni a tema, con un jolly che cambia a ogni errore collettivo. L’obiettivo non è punire, è far sentire il peso condiviso delle scelte. Quando il jolly diventa il ragazzo meno appariscente e improvvisamente ogni pallone passa dai suoi piedi, il gruppo scopre che il talento si vede solo se qualcuno glielo illumina. È una lezione che resta, anche la domenica mattina.

Rituali e narrazioni: l’identità prima dello schema

La coesione non nasce dal nulla, ha bisogno di rituali. Un cerchio prima di iniziare, non per urlare uno slogan ma per nominare un obiettivo della seduta. Chi prende la parola porta con sé i chilometri in bici da scuola al campo, un compito in classe andato male, una caviglia che duole. La squadra ascolta, calibra energie e silenzi. Questo è il momento in cui l’allenamento si fa racconto condiviso, e l’allenatore diventa regista di una trama che dovrà tenere fino alla partita.

Molte società, anche piccole, si rifanno alle linee guida del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, che riconoscono il valore educativo dello sport di base. Ma il documento, da solo, non basta. Serve tradurlo in gesti: la consegna simbolica della maglia in spogliatoio, il “patto” scritto a mano su un foglio appeso vicino alla lavagna tattica, il turno a rotazione per chi guida l’attivazione iniziale. Ogni gesto aggiunge un mattone a quell’identità che rende un allenamento più di un elenco di esercizi.

Il ruolo dell’errore: feedback che costruisce, non divide

La differenza tra gruppo e ammucchiata si misura nel modo in cui si trattano gli errori. Nel calcio giovanile vedo spesso due estremi: il rimprovero urlato o il silenzio imbarazzato. Nessuno dei due funziona. La terza via è rendere il feedback un’abitudine breve, concreta e condivisa. Tre parole dopo un’azione, dette dal compagno più vicino: “mi mostro prima”, “alzo la testa”, “gioco di prima”. Poi si riparte. Non c’è tempo per processi, ma c’è sempre spazio per accordarsi.

Qui la Psicologia dello sport ci ricorda che la motivazione è fragile se agganciata solo al risultato. Creare piccole metriche di processo aiuta: contare i secondi di riaggressione come squadra, celebrare il pressing coordinato riuscito indipendentemente dal recupero palla, rivedere a fine seduta due azioni in cui si è vista l’idea comune prima delle gambe. Così il gruppo impara che l’errore è materiale grezzo, non un marchio a fuoco.

Leadership diffusa: ruoli mobili per far parlare tutti

Una squadra di ragazzi cresce quando la responsabilità smette di essere monopolio del capitano. Nelle realtà di provincia, dove spesso si gioca su due campi e si condivide lo spogliatoio con la categoria superiore, la rotazione dei micro-ruoli può fare la differenza. Un giorno il regista tattico guida l’uscita dal basso, quello dopo il timoniere è un esterno che non parla mai. Sta all’allenatore costruire le condizioni perché ogni voce trovi un varco, senza che nessuno si senta fuori luogo.

Ho conosciuto una Under 17 che ha scelto di avere due “facilitatori” fissi in allenamento: non erano i migliori tecnicamente, ma avevano l’istinto di connettere. La loro mansione era semplice e spietata: notare chi restava ai margini e attivarlo con una chiamata. Dopo un mese, il numero di giocate sbagliate per incomprensione era crollato. Non avevano cambiato modulo, avevano cambiato postura verso l’altro.

Tecnologia e dati: alleati, non oracoli

Nei settori giovanili, i GPS a volte arrivano per merito di uno sponsor, altre restano un desiderio nel cassetto. Quando ci sono, conviene usarli come lente, non come giudice. Se il dato dice che il centrale corre meno negli ultimi dieci minuti del blocco, la domanda non è “perché non spingi?”, ma “cosa possiamo cambiare perché tu spinga con gli altri?”. Il passaggio successivo è condividere la metrica con il gruppo: il carico percepito, il tempo effettivo di gioco, la distanza sprint. Diventano obiettivi collettivi, non medaglie individuali.

La tecnologia è utile anche nel feedback rapido: un video di trenta secondi a fine esercizio, con il fermo immagine in cui si vede la linea di pressione che si muove insieme, vale più di mille parole. A patto che il messaggio resti comunitario. Lo strumento che divide, se non governato, è lo stesso che unisce quando riconsegna a tutti la fotografia dell’intenzione comune.

Inclusione e conflitti: allenare anche il non detto

In una squadra giovanile il confine più pericoloso è quello che separa i titolari dai marginali. Non si vede, ma si sente. Le attività di team building in allenamento servono proprio ad assottigliarlo. Giochi di posizione con vincoli che favoriscono il lato debole, esercizi a punteggio in cui ogni giocatore deve toccare il pallone prima di concludere, sequenze che premiano chi offre una linea di passaggio per primo. La tecnica si allena, certo, ma ciò che resta è l’abitudine a guardarsi.

Quando nasce un conflitto, meglio non tappare la falla con uno scotch di circostanza. Un minuto di campo dedicato alla “riparazione” basta: si isola l’azione, si riforma la coppia che ha litigato, si ripete la stessa situazione con un vincolo di comunicazione. Non si cerca colpe, si cercano soluzioni. Dopo tre tentativi, si cambia esercizio e si torna al flusso. A fine seduta, una chiosa breve del mister restituisce dignità al passaggio. È un modo adulto, ma comprensibile, per dire che il gruppo non teme gli urti se ha cerniere buone.

Dal laboratorio al fine settimana: continuità senza retorica

Ogni attività in allenamento ha senso se lascia una traccia che arriva alla partita. Non bastano le parole, servono ancore visive e sonore. Una squadra ha scelto tre parole chiave sussurrate in campo come scorciatoie emotive: “vicini”, “ruota”, “respira”. In settimana le avevano costruite tra possesso e superiorità numerica. La domenica, bastava una di quelle parole per rimettere in moto un automatismo costruito insieme, senza gridare, senza teatralità.

La continuità è fondamentale anche con le famiglie. Non per tirarle dalla propria parte, ma per allineare aspettative e linguaggi. Due righe sul gruppo WhatsApp della squadra, dopo un allenamento centrato sulla collaborazione, possono bastare: si racconta cosa si è fatto e perché. Non si entra in dettagli tattici, si tutela la privacy, ma si offre la bussola. In una provincia dove ci si conosce tutti, questa chiarezza diventa il miglior antidoto alle pressioni laterali.

Tornando a quel martedì sera, l’esercizio finisce con un passaggio a occhi chiusi che arriva preciso sul piede. Il ragazzo che ha guidato sorride, l’altro si toglie la benda e alza il pollice. Piccola scena, grande notizia. La squadra si ricompatta intorno al gesto e riparte con il possesso. Nessun titolo di giornale, nessun riflettore, solo un accordo tacito: qui ci proviamo insieme. È in questi frammenti che, chi viene da anni di giovanili lo sa, si costruisce la sostanza di un gruppo. E quando la domenica il vento soffia contro, quel minuto di fiducia apparecchiato in allenamento torna a casa con loro, come una moneta nascosta in tasca, pronta a farsi sentire al momento giusto.

Gabriele Bernaschi

Dopo una carriera come preparatore atletico nelle giovanili, Gabriele si è dedicato a raccogliere racconti sui giovani talenti delle realtà di provincia. Sensibile alle problematiche del settore, porta nei suoi articoli la voce dei protagonisti meno noti.