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Protocollo sanitario settore giovanile: le precauzioni che tutelano i giovani atleti in ogni occasione

📅 21 Agosto 2026✍️ di Gabriele Bernaschi⏱️ 5 min di lettura

Mi ricordo ancora il volto del ragazzo quando la caviglia ha ceduto durante una partita amichevole. Aveva appena sedici anni, era il capitano della sua squadra di provincia, e quello che doveva essere un pomeriggio di calcio si trasformò in un momento critico che nessuno voleva affrontare. Non c’era un medico in panchina quel giorno, nessuno sapeva bene cosa fare negli istanti successivi alla caduta. Oggi, ripensandoci con gli occhi di chi ha passato anni a preparare giovani atleti, capisco quanto quel pomeriggio rappresentasse una lacuna nel sistema di protezione che dovrebbe circondare i nostri giovani talenti.

La sicurezza dei giovani atleti non è un tema secondario né una questione burocratica da gestire velocemente. È il fondamento su cui costruire percorsi sportivi sani e duraturi. Negli ultimi anni, il mondo del calcio giovanile italiano ha fatto passi significativi verso l’implementazione di protocolli sanitari più rigorosi, spinto anche dalle linee guida europee e dalle migliori pratiche internazionali. Eppure, molte realtà minori faticano ancora a comprendere l’importanza di questi standard, come se la sicurezza fosse un lusso riservato ai grandi centri di eccellenza.

Il fondamento normativo: come la legge tutela i giovani atleti

In Italia, il quadro normativo relativo alla salute dei giovani sportivi è strutturato su più livelli. Le federazioni sportive, in primo luogo la FIGC nel settore calcistico, hanno l’obbligo di garantire standard minimi di sicurezza. Ma il vero cemento normativo arriva dalla Legge 189 del 2012, che ha introdotto disposizioni specifiche sulla tutela della salute negli impianti sportivi e ha rafforzato il ruolo della medicina dello sport nelle società. Questa legge rappresenta un punto di partenza fondamentale, anche se spesso resta lettera morta nei piccoli centri calcistici dove non c’è personale medico specializzato.

I protocolli sanitari nel settore giovanile devono contemperare due esigenze che sembrano contraddittorie: permettere ai ragazzi di sviluppare il loro potenziale atletico senza privare lo sport della sua componente agonistica, e al contempo proteggerli da rischi che potrebbero compromettere la loro salute presente e futura. Non si tratta di plasmare piccoli campioni in camere sterili, ma di creare ambienti dove l’intensità sportiva convive con la consapevolezza dei pericoli.

I controlli medici preventivi: la base della piramide

Il primo presidio di sicurezza è il controllo medico-sportivo preliminare. Molti giovani atleti iniziano a giocare in maniera agonistica senza aver mai effettuato una vera valutazione cardiologica e respiratoria. I genitori firmo moduli di responsabilità, ma spesso non sanno neanche quali parametri dovrebbero essere verificati. Un buon protocollo richiede che ogni giovane calciatore sia sottoposto a visita medica completa, con ECG e valutazione della capacità cardiovascolare, prima di iniziare qualsiasi attività agonistica.

Questo non significa solo respingere chi ha controindicazioni assolute, ma anche identificare chi necessita di monitoraggio particolare durante l’attività sportiva. In provincia, dove spesso i costi ricadono sulle famiglie o sulle piccole società dilettantistiche, questi controlli rappresentano spesso un ostacolo. Eppure sono esattamente le realtà più piccole quelle dove la mancanza di personale medico potrebbe creare vuoti pericolosi.

Dal campo all’emergenza: il ruolo del primo soccorso e della prevenzione

Una volta che il giovane atleta è in campo, la protezione si articola in molteplici dimensioni. Innanzitutto, la prevenzione degli infortuni attraverso il riscaldamento adeguato, il condizionamento fisico e il lavoro di propriocezione. Ho visto molti allenatori delle giovanili sottovalutare questa fase, ansiosi di arrivare subito al calcio giocato. È una visione miope che espone i ragazzi a rischi inutili.

Parallelamente, ogni struttura dovrebbe avere presenti figure mediche qualificate. Non necessariamente un medico a ogni allenamento nei piccoli centri, ma almeno per le partite ufficiali. Alla domanda “cosa facciamo se succede un infortunio grave?”, le risposte che ricevo dalla provincia sono troppo spesso vague e affidate al caso. Il protocollo PATS (Programma di Accesso Tempestivo al Soccorso) rappresenta un framework importante per strutturare questa risposta, anche se ancora poco diffuso nelle categorie inferiori.

Un elemento cruciale è la disponibilità di un defibrillatore automatico esterno (DAE) negli impianti sportivi. Eventi cardiaci improvvisi nei giovani atleti, sebbene rari, possono essere fatali se non gestiti nei primi minuti. La Legge 189 del 2012 ha reso obbligatoria la presenza di questi dispositivi in molte strutture, ma il controllo è spesso superficiale.

La gestione degli infortuni: protocolli chiari e comunicazione

Quando un infortunio accade, la risposta tempestiva e corretta determina l’esito. Purtroppo, in molte realtà giovanili di provincia, la tendenza è ancora quella di minimizzare, di continuare a giocare con il dolore, di rimandare a casa il ragazzo dicendo “vediamo lunedì”. Questo atteggiamento, che riconosco come radicato nella cultura sportiva italiana, contraddice qualsiasi protocollo sanitario sensato.

Un giovane atleta con sospetta commotio cerebrale non dovrebbe mai continuare a giocare lo stesso giorno. Un ginocchio gonfio subito dopo un trauma necessita di una valutazione medica, non di “cure naturali” a casa. Questi non sono dettagli, sono principi di base della medicina dello sport moderna. I genitori dovrebbero sentirsi rassicurati dal fatto che la sicurezza di loro figlio viene anteposta ai risultati di una partita.

Educazione continua e responsabilità condivisa

Il vero cambiamento non arriva solo dai protocolli scritti su carta. Arriva dalla consapevolezza di allenatori, genitori, dirigenti e dello stesso giovane atleta circa l’importanza della propria salute nel lungo termine. Ho incontrato allenatori straordinari nelle piccole realtà che, senza essere medici, capiscono istintivamente quando un ragazzo non sta bene e quando è il caso di fermarsi. Allo stesso modo, ho visto dirigenti di società più grandi che continuavano a mandare in campo ragazzi con problemi evidenti.

La formazione continua degli allenatori dovrebbe includere elementi di primo soccorso sportivo e riconoscimento dei segnali di pericolo. I genitori dovrebbero ricevere informazioni chiare sui diritti dei loro figli e sulla qualità dei protocolli sanitari della società a cui li affidano. I giovani atleti stessi dovrebbero imparare ad ascoltare il loro corpo e a comunicare i disagi senza paura di perdere il posto in squadra.

Ripensando a quel ragazzo di sedici anni, mi consolo sapendo che oggi probabilmente avrebbe una situazione diversa intorno a lui. Ma ancora non basta. In troppe realtà di provincia, i nostri giovani talenti rimangono ancora esposti a rischi che potremmo facilmente evitare. Il calcio giovanile merita protezione vera, non solo di facciata.

Gabriele Bernaschi

Dopo una carriera come preparatore atletico nelle giovanili, Gabriele si è dedicato a raccogliere racconti sui giovani talenti delle realtà di provincia. Sensibile alle problematiche del settore, porta nei suoi articoli la voce dei protagonisti meno noti.