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Come si scelgono i capitani nelle squadre under? L’approccio che crea rispetto e consenso tra pari

📅 16 Agosto 2026✍️ di Claudia Monterosso⏱️ 5 min di lettura

La scelta del capitano in una squadra under è uno dei momenti più delicati della stagione calcistica. Non è una decisione che richiede semplicemente di indicare il giocatore più bravo tecnicamente. Negli ultimi anni ho imparato, sia come portiere che come allenatrice, che questa scelta rappresenta un crocevia dove confluiscono competenze sportive, capacità relazionali e una buona dose di sensibilità umana. Scegliere un capitano significa individuare qualcuno che sappia rappresentare il gruppo, che guadagni il rispetto non per decreto, ma attraverso i fatti quotidiani.

Il capitano non è il migliore giocatore

Uno degli errori più comuni che ho visto commettere da colleghi allena tori è confondere il talento calcistico con la capacità di leadership. Mi è capitato di recente di discutere proprio di questo con un genitore che mi chiedeva perché suo figlio, il più forte tecnicamente della categoria, non fosse stato nominato capitano. Gli ho spiegato che il ragazzo, pur eccellente con il pallone, tendeva a isolarsi quando le cose non andavano, anziché stare vicino ai compagni in difficoltà.

Un buon capitano deve possedere caratteristiche differenti. Innanzitutto, deve essere una persona equilibrata: qualcuno che sa gestire la frustrazione senza scaricarla sugli altri, che non reclama per ogni decisione arbitrale, che accetta le panchine senza drammi. Questo non significa essere passivo, anzi. Significa avere la forza di rimanere costruttivo anche quando le circostanze non sono favorevoli.

Nel mio lavoro quotidiano di allenatrice, cerco il giocatore che naturalmente gli altri ascoltano. Non perché intimorito, ma perché gli altri sentono che conosce quello che dice. È una forma di autorità morale che emerge dalla coerenza tra parole e comportamenti.

Costruire consenso attraverso il coinvolgimento

La vera rivoluzione nella scelta del capitano riguarda il modo in cui la comunichiamo. Anziché decidere dall’alto, ho iniziato a chiedere ai ragazzi di votare. Non democraticamente nel senso di “vince il più votato”, ma come primo passaggio di dialogo.

Quando i giocatori sanno che la loro voce conta, il consenso intorno al capitano cresce naturalmente. Non sto parlando di una elezione vera, ma di un momento in cui ciascuno esprime il proprio pensiero. A volte i ragazzi scelgono persone che io non avrei nominato: magari compagni più silenziosi, ma che all’interno dello spogliatoio hanno una reputazione di lealtà e pacatezza.

Ricordo una stagione particolare in cui i miei giocatori under 12 votarono un ragazzino che non era nemmeno titolare. Eppure avevano ragione: questo bambino era il primo a consolare chi sbagliava, il primo a fare il tifo da panchina, il primo a aiutare nell’organizzazione delle attività extra-calcistiche. Non aveva la tecnica del campione, ma possedeva qualcosa di più raro: la capacità di far sentire bene gli altri.

Gli errori da evitare nella nomina

Existono alcune trappole in cui è facile cadere. La prima è scegliere il capitano solo sulla base della prestazione di una singola partita. Ho visto colleghi cambiare fascia da una giornata all’altra in base ai risultati. Questo crea confusione e comunica ai ragazzi che le responsabilità sono instabili, che il merito è volatile.

La seconda trappola è basarsi sulla pressione genitoriale. Qualche genitore ogni tanto mi suggerisce (o richiede) che il figlio diventi capitano. Ma questa pressione non riflette mai le reali dinamiche di gruppo. Ritengo che l’incarico di capitano debba emergere dal riconoscimento collettivo, non da negoziazioni esterne.

La terza è sottovalutare il ruolo della Leadership|leadership. Il capitano necessita di una formazione specifica. Non basta mettergli la fascia e sperare. Io dedico tempo individuale con il capitano, gli spiego come comunicare con i compagni, come gestire i conflitti, come rappresentare la squadra di fronte agli arbitri e agli avversari con dignità.

Il capitano come mediatore tra giocatori e allenatore

Uno degli aspetti che spesso sfugge è che il capitano deve fungere da ponte tra il mio ruolo di allenatrice e il resto della squadra. Non è un controllore, non è qualcuno che riporta pettegolezzi o proteste. È piuttosto un intermediario costruttivo.

Quando ho una critica da muovere a un giocatore, a volte preferisco che il capitano anticipi il mio discorso nello spogliatoio, nella lingua più naturale e familiare ai ragazzi. Questo riduce tensioni e rende il messaggio più ricevibile. Il capitano conosce il contesto emotivo della squadra meglio di chiunque altro.

Parallelamente, il capitano deve avere il coraggio di dirmi quando secondo il gruppo una mia decisione non è compresa. Non significa insubordinazione: significa farmi conoscere il clima dello spogliatoio per permettermi di adattare la comunicazione.

La fascia come responsabilità, non privilegi

Un elemento cruciale che comunico sempre al neo-capitano è che la fascia rappresenta una responsabilità e non un privilegio. Non significa avere diritti speciali durante l’allenamento, non significa potersi permettere comportamenti che gli altri non possono permettersi.

Anzi, è vero il contrario. Il capitano deve essere il primo ad arrivare, il primo a dare il buon esempio, il primo a scusarsi se sbaglia. Questo principio crea rispetto autentico, non timore. I ragazzi under percepiscono subito l’ipocrisia: se il capitano viene graziato per errori che altri pagano caro, la sua autorità crollerà.

Ho visto squadre intere cambiare atteggiamento nel momento in cui hanno capito che il capitano era soggetto alle stesse regole di tutti. Questo livella il campo psicologico e fa emergere il valore vero della leadership basata sul carisma e sulla coerenza, non su privilegi formali.

Conclusione: il capitano che educa il gruppo

La scelta del capitano nelle squadre under è un’opportunità educativa enormemente sottovalutata. Non è semplicemente una questione di organizzazione sportiva: è un momento in cui possiamo insegnare ai ragazzi cosa significa assumersi responsabilità genuine, guadagnarsi rispetto, costruire comunità.

Quando scelgo il capitano, non cerco il migliore calciatore. Cerco il ragazzo che sa ascoltare, che sa mantenere la calma, che sa mettere il gruppo prima dell’ego. E sempre, sempre, costruisco questa scelta insieme ai compagni. Perché il consenso autentico non si ordina: si coltiva.

Claudia Monterosso

Claudia, ex portiere in una squadra juniores, è ora allenatrice di una scuola calcio per bambini. Nei suoi articoli racconta le difficoltà e le piccole grandi conquiste di chi cresce tra allenamenti, studio e prime partite.