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Gestione dell’ansia pre-partita nei giovani: tecniche pratiche che aiutano a scendere in campo sereni

📅 15 Agosto 2026✍️ di Silvia Zangrandi⏱️ 5 min di lettura

Prima del fischio d’inizio, anche i più talentuosi sentono lo stomaco stringersi. Succede in ogni spogliatoio, a ogni livello. L’ho visto come atleta e poi come responsabile di un progetto sportivo scolastico: l’ansia pre-partita non è un difetto, è un segnale. La chiave è imparare a leggerlo e trasformarlo in energia utile.

Cos’è l’ansia pre-partita e perché è normale

L’ansia è l’anticipazione di qualcosa che ci importa. In campo significa: “Questa partita conta”. Il corpo risponde con la classica attivazione da gara: battito accelerato, respiro corto, mani fredde. È la stessa dinamica che la scienza chiama Risposta allo stress.

Non tutta l’ansia è uguale. C’è quella che spinge e quella che blocca. Un po’ di “frizzantezza” prima del match è come un motore al semaforo: tiene i giri giusti per scattare. Diventa un problema quando perde la direzione, come un’auto con il pedale dell’acceleratore incastrato.

Capire dove ti trovi su questo continuum è il primo passo. Se riconosci i segnali e sai come intervenire, puoi rimettere il motore al regime ottimale per giocare al meglio.

Segnali da riconoscere: corpo, pensieri, comportamenti

L’ansia parla tre lingue: fisica, mentale, comportamentale. Ascoltarle ti aiuta a intervenire presto.

  • Corpo: fiato corto, gola secca, tensione alle spalle, stomaco chiuso, mani fredde, sudore improvviso.
  • Pensieri: “Se sbaglio rovino tutto”, “Sono più forti”, “Non ce la faccio”. Frasi brevi, perentorie, spesso in bianco e nero.
  • Comportamenti: eviti il contatto con i compagni, rifiuti il pallone nel torello, cerchi scuse per non tirare in porta.

Se ti ritrovi in più di un segnale, non colpevolizzarti. È come vedere nuvole all’orizzonte: non cambi il meteo con un dito, ma puoi aprire l’ombrello giusto.

Tecniche rapide di reset fisiologico

Quando l’ansia sale, la prima mossa è aiutare il corpo a tornare in equilibrio. Funziona come quando spegni e riaccendi il Wi-Fi: non risolve ogni cosa, ma ristabilisce la connessione.

Respiro 4–6 (espirazione più lunga):

  • Inspira dal naso per 4 secondi, riempiendo “basso” (pancia e costati).
  • Espirare dalla bocca per 6 secondi, come se appannassi un vetro.
  • Ripeti per 2 minuti. L’espirazione lunga segnala calma al sistema nervoso.

Scarico muscolare progressivo (30 secondi):

  • Contrai una zona (spalle, pugni, piedi) per 5 secondi, poi rilascia per 10.
  • Fai 3 giri. Noterai il “peso” che scende, utile prima del riscaldamento.

Grounding 5–4–3–2–1 (ancoraggio ai sensi):

  • 5 cose che vedi, 4 che senti con il tatto, 3 che ascolti, 2 che annusi, 1 che gusti (anche solo immaginando acqua fresca).

Questi strumenti sono semplici, replicabili a bordo campo e durante una pausa. Li alleno spesso con i giovani: con 3 minuti ben usati si cambia l’inerzia emotiva.

Routine che danno sicurezza

La routine pre-partita è come una scaletta per un concerto: riduce l’imprevisto e ti toglie carico mentale. Non dev’essere lunga, ma precisa.

  • 90’ dal calcio d’inizio: arrivo al campo, saluto la squadra, controllo materiali. Un piccolo snack e acqua. Testa qui e ora.
  • 45’–30’: inizio riscaldamento. Sequenza fissa: mobilità, attivazione, tecnica semplice, poi intensità. Le buone pratiche del Comitato Olimpico Nazionale Italiano insistono sulla progressione controllata.
  • 15’: esercizio “mio punto forte” (un passaggio, uno stop, un tiro) per ricordarti chi sei.
  • 10’: respiro 4–6, una frase chiave, check del compito tattico del giorno.

La ripetizione crea affidabilità. È come quando prima di un’interrogazione ripassi i titoli: non sai ogni domanda, ma sai come partire.

Testa in campo: obiettivi di processo e self-talk

L’ansia esplode quando rincorri solo il risultato. Antidoto: fissare obiettivi di processo, cioè azioni sotto il tuo controllo. Non “vinciamo”, ma “riconquista entro 5 secondi”, “passo semplice in uscita”, “guardo prima di ricevere”.

La mia regola pratica è “3 compiti del giorno”: tre micro-obiettivi scritti in panchina o ripetuti mentalmente. Tagliano il rumore e danno un binario chiaro.

Self-talk utile? Breve, concreto, presente:

  • “Respiro–vedo–gioco semplice.”
  • “Primo controllo, testa alta.”
  • “Se sbaglio, recupero subito.”

Visualizzazione lampo (90 secondi): immagina due azioni tipiche del tuo ruolo fatte bene, con suoni, ritmo, sensazioni. Funziona come una prova generale: non prevedi tutto, ma prepari gli ingranaggi. È lo stesso principio di quando provi una presentazione davanti allo specchio.

Allenatori e genitori: cosa fare e cosa evitare

L’ecosistema attorno al giovane atleta può spegnere o alimentare l’ansia. Le parole contano. Il tempismo ancora di più.

Cosa fare:

  • Normalizzare: “È normale avere farfalle. Usiamole per correre.”
  • Orientare al processo: ricordare compiti semplici e chiari.
  • Rispettare la routine personale: niente cambi dell’ultimo minuto se non necessari.
  • Valutare lo sforzo e le scelte, non solo l’esito: “Hai letto bene la giocata, bravo.”

Cosa evitare:

  • Pep talk accusatori: “Oggi non potete sbagliare”. Caricano pressione inutile.
  • Consigli multipli a ridosso del fischio: confondono. Meglio 1–2 messaggi chiave.
  • Paragoni con compagni o avversari: minano l’autostima.

Dopo la partita, debrief breve e costruttivo: una cosa riuscita, una da migliorare, una azione concreta per l’allenamento successivo. Chiusura pulita, sguardo avanti.

Gestire l’errore: trasformarlo in alleato

L’errore è benzina per l’ansia solo se lo tratti da condanna. In campo, pensa a un semaforo: rosso (stop un secondo), giallo (respiro e parola chiave), verde (azione successiva). Così spegni il replay mentale.

Due esempi pratici:

  • Passaggio sbagliato: parola chiave “recupero”, corsa in pressione nei 3 secondi successivi.
  • Tiro alto: parola chiave “piatto”, e alla prossima conclusione scegli interno piede sul primo palo.

Ti alleni a questo anche in settimana: esercizi a punteggio con vincolo di “giocata successiva obbligatoria”. Più alleni la ripartenza, meno l’errore comanda le emozioni.

Quando chiedere aiuto e risorse utili

Se l’ansia resta alta per settimane, incide sul sonno o ti fa evitare partite e allenamenti, è il momento di parlarne con l’allenatore e la famiglia. Uno psicologo dello sport può costruire con te strumenti su misura, come un programma di respirazione, routine e focus attentivo calibrato sul tuo ruolo.

Attenzione a questi campanelli: nausea ricorrente pre-gara, pianto o irritabilità marcata, blackout di gioco frequenti, pensieri autosvalutanti che persistono. Non è una colpa, è un segnale. Chiedere supporto è un atto di professionalità, non di debolezza.

Molte società sportive hanno figure di riferimento o collaborano con professionisti esterni. Informati anche presso il tuo comitato regionale o le strutture affiliate al Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

Il punto di arrivo: serenità operativa

La serenità in gara non è assenza di emozioni, è saperle usare. Respiri per riportare il corpo nella finestra giusta, ti affidi alla tua routine per non sprecare energie, scegli 3 compiti di processo per dare direzione alla mente. Così le farfalle nello stomaco volano in formazione.

Nella mia esperienza con tanti ragazzi e ragazze che poi hanno fatto strada, il cambiamento vero arriva quando capisci che la prestazione non è magia dell’ultimo minuto. È un’abitudine costruita: una scelta alla volta, un respiro dopo l’altro, come quando impari a stoppare un pallone di prima. E il campo, alla fine, fa il resto.

Silvia Zangrandi

Silvia ha praticato atletica e calcio durante l'adolescenza, diventando responsabile di un progetto sportivo scolastico in cui ha visto crescere futuri calciatori e calciatrici. Ha deciso di scrivere per dar voce alle loro storie autentiche.